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mercoledì, luglio 28, 2021

Il Dottor De Donno si è davvero tolto la vita, impiccandosi? Oppure lo hanno aiutato?

Il 27 luglio 2021 il Dottor Giuseppe De Donno, padre della terapia del Plasma Iperimmune, è stato trovato (si dice) impiccato. Si sarebbe tolto la vita. Il Dottor De Donno stava raccogliendo fondi per creare un centro di cure privato ed indipendente ed aveva deciso di dedicarsi interamente a tale progetto, dimettendosi da altri incarichi. De Donno fu oggetto pure dell'attenzione dei N.A.S., prontamente inviati dal Ministero della Salute (salute si fa per dire...) nonché fu bersaglio di attacchi violenti da parte del "mainstream". Ricordiamo quando Bruno Vespa gli chiuse il collegamento durante un intervento nella sua trasmissione di RAI Uno "Porta a porta". De Donno fu isolato e ricevette minacce. In ogni caso non era depresso e di certo uno pneumologo, ben sapendo come si muore per mancanza d'aria, avrebbe scelto un altro modo per togliersi la vita. La versione oltremodo comoda del "suicidio" del medico, che remava contro la regola infame "Tachipirina e vigile attesa", non sta in piedi ed in effetti, se andiamo indietro con la memoria, di impiccati che toccano con i piedi per terra la storia italiana è piena. Un esempio tra tutti è la strage di testimoni legati all'"incidente" di Ustica, allorquando, il 27 giugno 1980, un DC9 della compagnia Itavia fu abbattuto da un missile aria-aria francese. Verità inconfessabile, che andava a tutti i costi nascosta. E così fu, per anni, sino a quando l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, all'epoca dei fatti Ministro degli Interni, vuotò il sacco, poco tempo prima di morire. E' bene ripercorrere la scia di morti sospette per comprendere, ora, che cosa sta succedendo con la falsa pandemia, le inoculazioni coatte e la dittatura sanitaria che ci opprime da quasi due anni.

Rosario Priore, nella sentenza-ordinanza del 1999, dedicò un capo, il quarto, alla questione dei 12 decessi dubbi legati, in alcuni casi direttamente mentre in altri meno, alla vicenda dell’abbattimento del Dc9, avvenuto il 27 giugno 1980. E scriveva l’allora giudice istruttore: “Questo delle morti sospette è un capitolo che […] connota l’inchiesta e la rende sui generis, persino al confronto di altre per similari delitti di strage”.

Proseguiva il magistrato romano: “Si dovrà approfondire − e in tal senso non mancheranno le magistrature competenti per territorio, che già hanno preso in considerazione comportamenti dolosi – [dato che] risulta sufficientemente certo che coloro che sono morti erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato e da questo peso sono rimasti schiacciati”.

Oltre alla vicenda dei tenenti colonnello Ivo Nutarelli e Mario Naldini, al centro dell’indagine difensiva dell’avvocato Daniele Osnato, ce ne sono altre. Due di queste sono legate alle sorti di Ustica e a quelle del Mig libico ritrovato a Castelsilano, in provincia di Crotone, il 18 luglio 1980. Inoltre sono otto quelle di coloro che avevano avuto un ruolo in questa storia e che non fecero in tempo a raccontare tutto quello che di cui erano venuti a conoscenza.

I morti legati ad Ustica e al Mig libico trovato sulla Sila. Cominciamo con i primi due. Il maresciallo dell’Aeronautica militare Mario Alberto Dettori nel 1980 era controllore di difesa aerea a Poggio Ballone e la sera della sciagura è probabile che abbia visto qualcosa dai radar. Ma morì il 31 marzo 1987, quando venne trovato impiccato ad un albero nel Grossetano, in riva al fiume Ombrone. Dopo la strage trascorse in periodo in Francia e si disse che fosse caduto in depressione, sviluppando manie di persecuzione al culmine delle quali si sarebbe ucciso. Ma, scrisse Priorie, “sui singoli fatti [e] sulla loro concatenazione non si raggiunge il grado della prova”.

Il maresciallo Franco Parisi, invece, morì nella periferia di Lecce nello stesso modo, ma più tardi rispetto a Dettori, il 21 dicembre 1995. Controllore a Otranto, non era in servizio il 27 giugno 1980, ma lo era meno di un mese dopo, nella mattinata del 18 luglio, quando fu ritrovato il Mig libico, quello che si vorrebbe caduto quel giorno, mentre diverse risultanze dicono che precipitò una ventina di giorni prima. Parisi fu sentito da Priore tre mesi prima di morire, nel settembre 1995, ma dalla sua deposizione emersero “palesi contraddizioni”, oltre a “incresciosi episodi con ogni probabilità di minacce nei suoi confronti”. Avrebbe dovuto essere risentito nel gennaio 1996, ma non arrivò vivo a quell’appuntamento.

Oltre ai 2 morti di Ramstein, altre 8 vittime. Gli altri decessi riuniti nel capo dedicato alle “morti sospette” rientrano tra i “casi risultati non collegati alla vicenda di Ustica”. È il capitolo che contiene anche i nomi di Nutarelli e Naldini, i due ufficiali deceduti a Ramstein sulla cui fine si chiede oggi di indagare.

Coloro che poi completano l’elenco stilato dal giudice Priore sono il colonnello Pierangelo Tedoldi (morto il 3 agosto 1980 in un incidente stradale sull’Aurelia), il capitano Maurizio Gari (infarto, 8 maggio 1981), il sindaco di Grosseto nel 1980 Giovanni Battista Finetti (23 gennaio 1983, incidente a Istia d’Ombrone), il maresciallo Ugo Zammarelli (12 agosto 1988, incidente stradale a Lamezia Terme), il suo parigrado Antonio Muzio (1 febbraio 1991, vittima di omicidio a Vibo Valentia), il tenente colonnello Sandro Marcucci (2 febbraio 1992, incidente aereo mentre era in servizio antincendio), il maresciallo Antonio Pagliara (decedette lo stesso giorno di Marcucci in un incidente stradale a Lecce), il generale Roberto Boemio (12 gennaio 1983, omicidio a Bruxelles) e il maggiore medico Gian Paolo Totaro (2 novembre 1994, "suicidio" per impiccagione).

Tutti i militari appartenevano all’Aeronautica e gravitavano intorno a missioni di volo o a centri radaristici, soprattutto quello del Grossetano, zona che ha avuto un ruolo particolare nell’inchiesta per via della quantità di persone che qui si concentravano e che non avrebbero detto tutto agli inquirenti. Sulle circostanze di queste morti e in merito all’inchiesta su Ustica, allo stato attuale delle conoscenze, ci sarebbero solo coincidenze.

Tuttavia scrisse ancora Priore: “Questa inchiesta, […] caratterizzata per la massa di inquinamenti, così si distingue per il numero delle morti violente attribuite per più versi a un qualche legame con essa […]. Di fronte a una tale situazione […] non si sarebbero dovute determinare necessità estreme di soppressioni, se non nei casi eccezionali di testi diretti, tecnici, in possesso di larga parte dei fatti. Di testi cioè fonti, non smentibili o da mostrare come usciti di senno”.

AGGIORNAMENTO - Esattamente tre mesi prima (era il 27 aprile) era stata diffusa una notizia falsa, inerente al suicidio di De Donno. La notizia fu ovviamente smentita, ma si è rivelata una sorta di sentenza. Un avvertimento. Giuseppe De Donno aveva infranto i protocolli del Ministero della Salute, per cui doveva togliersi di mezzo, con le buone o con le cattive.

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venerdì, giugno 24, 2016

Cum magno Gladio



GIANLUCA BUONANNO UCCISO, PERCHE' STAVA PER RILASCIARE RIVELAZIONI DIROMPENTI

Buonanno scriveva sulla sua pagina Facebook: “Oggi sono stato invitato al Parlamento Libico, convocato per la cerimonia di insediamento del GENERALE KHALIFA HAFTAR, CAPO SUPREMO DELL’ESERCITO LIBICO, che mi ha invitato nel suo bunker, facendomi delle RIVELAZIONI CLAMOROSE sull'Italia e sull'Europa!!! DAVIDE HA BATTUTO GOLIA!!! Dopo cinque giorni che sono qui, il Parlamento Europeo ha casualmente deciso di parlare di Libia e di terroristi (mercenari al soldo di paesi come gli Stati Uniti, n.d.r.) ed io giovedì leggerò pubblicamente il messaggio che il Generale Khalifa Haftar mi ha lasciato!!!”.

Buonanno è stato ucciso dai servizi, perché aveva informazioni importanti sul traffico di petrolio libico tra Turchia, I.S.I.S. (il "califfato" creato e finanziato dall'Internazionale dei servizi, n.d.r.) ed alcuni paesi europei?

Ora mi chiedo: con il materiale di prova acquisito, a disposizione di chiunque avesse voluto gettare luce sulla morte (non è stato un incidente) di Buonanno, possibile che nessun esponente della Lega Nord e tanto meno la magistratura si siano fatti avanti? Possibile che in questo paese qualunque delitto deve restare impunito? Possibile che non ci sia un giudice solerte in tutta Italia? Ah... che domande...

La targa EK424KS corrisponde alla Mercedes S350 CDI 4Matic. Automobile che è passata per mano di tre proprietari, l'ultimo dei quali è una società fallita e messa in liquidazione il 9 marzo 2016. Non può quindi essere stata noleggiata, così come dichiarato dal presunto testimone albergatore. Non ci sono proprietari successivi... tranne la banca che ha messo all'asta l'autoveicolo in questione.

Leggi qui e qui per i dettagli sull'omicidio Buonanno.


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domenica, giugno 12, 2016

La morte di Gianluca Buonanno: omicidio di Stato?



Gianluca Buonanno, parlamentare europeo, muore lungo la Pedemontana in Provincia di Varese, investito da un'auto, dopo essere sceso dalla propria vettura Volkswagen, a seguito di un tamponamento con una Mercedes. Sono circa le 10:00 del mattino del 5 giugno 2016. E' quanto riferiscono le prime fonti di informazione che, come accade in casi simili, sono le più attendibili e le prime a scomparire. Nelle ore immediatamente successive questa prima versione viene, infatti, smentita e si accavalla una ridda di ipotesi. Per ulteriori particolari rimandiamo a questo articolo.

La versione ufficiale

Secondo i media mainstream, la Mercedes non appartiene più a cittadini britannici, ma ad un albergatore comasco che stava accompagnando due clienti di Albione, con una Mercedes a noleggio, all'aeroporto di Malpensa. Inutile dire che di questo fantomatico albergatore non si reperiscono informazioni di alcun genere. Inoltre le sue "presunte" dichiarazioni sono una barzelletta. Infatti l’uomo ha affermato:

"Mi sono accorto di aver bucato. Sono sceso sulla corsia d’emergenza [...] ho fatto scendere i due occupanti che si sono posizionati (sic) oltre il guardrail ed ho chiamato, attraverso mio fratello che si trovava in albergo, l’assistenza. Ho rispettato i protocolli. Da quando sono risalito in macchina al momento del 'botto' saranno passati 30 secondi. Ho capito che qualcuno aveva centrato la mia auto".

Peccato che lungo quel tratto della Pedemontana non è montato il paracarro! Lo si può verificare in questo video.



Gli inquirenti hanno alla fine chiuso velocemente le indagini ed archiviato tutto come fatale incidente da distrazione, così, il giorno 11 giugno varie testate hanno riportato la seguente notizia (o velina?):

"Gli inquirenti riferiscono che dai filmati della società Autostrada Pedemontana Lombarda visionati dalla Polstrada si vedrebbe abbastanza chiaramente che l’europarlamentare, alla guida, si china verso il lato destro del sedile armeggiando con la mano destra, si presume per raccogliere il telefono cellulare caduto nell’abitacolo, mentre la donna che gli siede a fianco è assopita. Una distrazione che per pochi secondi gli deve aver fatto perdere il controllo del New Beetle, trovando poi sulla traiettoria, per fatalità, sulla corsia di emergenza l’auto parcheggiata, guidata da un albergatore che stava facendo da autista a due turisti inglesi (sic) e contro cui, a causa dell’impatto, Buonanno ha trovato la morte".

Tralasciamo poi la storiella della partner di Buonanno: ella dormiva e non si è svegliata nemmeno dopo l'impatto, per cui la donna non ha potuto e non può raccontare alcunché circa la dinamica del sinistro.

Questa versione dei fatti è un insulto all'intelligenza umana, ma ormai ci siamo abituati. Ci hanno preso gusto.

Innanzitutto Buonanno, secondo quanto riferiscono persone che lo conoscevano, era abituato ad allacciare la cintura di sicurezza. Lo si può arguire anche da questo fotogramma. Inoltre la sua autovettura era fornita di apparato Bluetooth che gli consentiva di dialogare con il vivavoce, senza doversi distrarre peraltro nel rispondere alle chiamate, poiché è il sistema di bordo che si occupa di rispondere automaticamente. Quindi è destituita di fondamento la dichiarazione degli inquirenti secondo cui dai tabulati telefonici risulta una chiamata senza risposta (questo per giustificare la tesi del telefono cellulare caduto sul tappetino).



In secondo luogo, le telecamere installate lungo la Pedemontana (come su altre autostrade) non dispongono di focali ad elevata risoluzione in grado di riprendere gli occupanti all'interno dei veicoli. Oltretutto quel giorno pioveva e la visibilità era scarsa. Solo le telecamere poste ai caselli sono in grado di leggere le targhe, visto il particolare sistema di pagamento del pedaggio, unico in Italia, ove la tariffa viene mandata a casa o addebitata sul conto corrente. E' chiaro che siamo di fronte ad invenzioni fantasiose, degne della sceneggiatura di un film italiano di quart'ordine!

La targa rubata

Intendiamo, però, tornare per un attimo alla prima versione, ricostruzione che vede il parlamentare leghista investito da un'auto, mentre si trovava fuori dal suo mezzo. Questa prima versione, come detto, è stata eliminata e gli articoli che ad essa si riferivano sono stati in gran parte cancellati, rimossi o modificati. In questa immagine si distingue bene il corpo del povero Buonanno steso sull'asfalto e coperto da un drappo, mentre qui, in un reportage successivo, si nota la traccia lasciata dal corpo. Ciò è evidente, poiché in quella precisa superficie l'asfalto è asciutto. Infatti ricordiamo che, durante i tragici eventi, stava piovendo. Curioso il fatto che gli agenti non abbiano delimitato (con vernice o gessetto) il punto esatto ove si trovava la vittima dell'incidente. Hanno semplicemente rimosso il corpo, visto che la versione definitiva doveva essere quella del decesso "sul colpo" dentro all'autoveicolo.



Occupiamoci ora della Mercedes e qui concludiamo con un elemento inquietante. Infatti, ingrandendo e schiarendo l'unica foto disponbile dell'autovettura ipoteticamente tamponata (noi siamo sicuri che non lo è), notiamo che la targa è visibilmente sovrapposta ad un'altra.

Risalendo al reale proprietario della Mercedes, è possibile capire se l'auto è stata collocata lì per simulare un incidente. Soprattutto avremo conferma se davvero, come asserito dal presunto testimone, l'auto Mercedes "Classe C" (EURO6) è una vettura a noleggio o no. L'unica fotografia disponibile squaderna una serqua di cifre e combinazioni possibili. Assunto che i caratteri alfanumerici "424XS" sono di certa identificazione, restano da rilevare con sicurezza le prime due lettere. Escludiamo la prima lettera come "D", poiché tale non sembra (analizzando lo scatto) ed anche perché non potrebbe corrispondere alla data di fabbricazione del modello di veicolo in questione.



Escludiamo anche la prima lettera come "F", giacché a tale lettera la numerazione attuale non è ancora arrivata (attualmente siamo ad FC), associandola alla sequenza di segni successivi. Il secondo grafema è purtroppo poco visibile, a causa dell'angolo di visuale, ma anche perché parzialmente nascosto da alcune graminacee selvatiche. Le combinazioni con la seconda lettera I ed O non esistono, per cui le omettiamo dalla ricerca al PRA (Pubblico registro automobilistico). Di conseguenza le associazioni possibili sono le seguenti:

- EC 424 XS: CITROEN - Targa immatricolata nella provincia di Milano (EURO4)
- ED 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Torino (Euro 4)
- EF 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Bologna (EURO5B)
- EK 424 XS: HYUNDAI - Targa immatricolata nella provincia di Grosseto (EURO5)
- EL 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Cuneo - AUTO DI PICCOLA CILINDRATA (EURO5)
- EN 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Roma (EURO5B)
- EP 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Massa (EURO5B)
- ER 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Roma (EURO5B)
- ET 424 XS: AUTOCARRO FIAT 312 CXL2A A9 - Targa immatricolata nella provincia di Torino (EURO5B)
- EW 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Napoli (EURO5B)
- EX 424 XS: Targa immatricolata nella provincia di Foggia (EURO5B)
- EK 424 KS: Targa immatricolata nella provincia di Varese (EURO4)

Di queste targhe NESSUNA è associata ad una Mercedes "Classe C" EURO6. Ad ogni modo i due grafemi iniziali più plausibili sono EZ, per cui la targa che si vede nella foto sarebbe EZ-424XS e, guarda caso, è stata RUBATA il 13 gennaio 2016. La denuncia di furto è stata inserita in data 13/01/2016 presso STAZ.CC NAPOLI ARENACCIA di NAPOLI (NA).

EZ-424XS - LANCIA - TARGA RUBATA
Targa: EZ424XS (Entrambe)
Telaio: ZLA31200005231693
Modello: Y
Fabbrica: LANCIA
Tipo: AUTOVETTURA



Concludendo... Una Mercedes "classe C", già precedentemente incidentata (ad essa corrisponde, infatti, una targa trafugata a Napoli) è stata nottetempo trasferita nell'unico settore senza guardrail di un'autostrada scarsamente trafficata anche di giorno e poi collocata a lato, sull'erba. Gli airbag non sono esplosi e ciò significa che i danni riportati dal veicolo non sono da ascrivere agli eventi riferiti dai media nonché dagli inquirenti. Il mezzo è servito per inscenare il tamponamento con il veicolo di Buonanno. Il settore è stato scelto con attenzione, poiché la sua particolare conformazione ha facilitato le operazioni al carro attrezzi che ha dovuto depositare la Mercedes poco oltre la carreggiata. Di lì a poche ore è transitata la VW New Beetle del parlamentare europeo. E' stato il suo ultimo viaggio.

Gianluca Buonanno dunque è stato ucciso? La risposta è evidentemente affermativa. Tutto il resto è menzogna.

AGGIORNAMENTO: I disinformatori hanno suggerito la targa EK424KS. Questa è sì associata ad una Mercedes S350 CDI 4Matic, ma è una EURO4 e non una EURO6. Di conseguenza non sembra corrispondere al modello fotografato sul luogo ove è deceduto Gianluca Buonanno. In ogni caso (e qui arriva il bello) la vettura è passata per mano di tre proprietari, l'ultimo dei quali è una società fallita e messa in liquidazione il 9 marzo 2016. Non può quindi essere stata noleggiata, così come dichiarato dal presunto testimone albergatore. Non ci sono proprietari successivi... tranne la banca che ha messo all'asta l'autoveicolo in questione.


Articolo correlato: Gianluca Buonanno è stato ucciso?, 2016

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mercoledì, giugno 08, 2016

Gianluca Buonanno è stato ucciso?

Gianluca Buonanno, parlamentare europeo, muore lungo la Pedemontana in Provincia di Varese, investito da un'auto, dopo essere sceso dalla propria vettura Volkswagen, a seguito di un tamponamento con una Mercedes. Sono circa le 10:00 del mattino del 5 giugno 2016. E' quanto riferiscono le prime fonti di informazione che, come accade in casi simili, sono le più attendibili e le prime a scomparire.


Su Newsbiella.it la notizia dell'incidente, occorso a Gianluca Buonanno, viene pubblicata alle 10:50 del mattino. Successivamente l'articolo viene modificato, spostando l'orario al pomeriggio ed eliminando il dettaglio dell'investimento ad opera di altro veicolo. ma resta l'orario di prima pubblicazione! Doti di preveggenza o manipolazione della cronaca?

Ritenendo dunque queste prime notizie le uniche vere, secondo il reportage fotografico di Varese News, dell'auto pirata non vi sarebbe traccia. Ciò indurrebbe a farsi delle domande, senza che i "guardiani del cancello" della cosiddetta "informazione contro" abbiano a stracciarsi le vesti. Perché non si cerca la terza auto coinvolta? Perché si è successivamente cambiata versione, affermando che Buonanno sarebbe morto sul colpo nell'abitacolo della sua vettura a seguito del tamponamento, addirittura spostando l'orario dell'"incidente" alle 16:00 del pomeriggio? E' questa una versione credibile? Oppure è lecito sospettare che qualcuno, capace di gestire il mainstream, i servizi e le indagini, abbia lavorato alla costruzione e ricostruzione dell'accaduto, comprese le testimonianze apparse nelle ultime ore?



Poniamo il caso che Buonanno non abbia allacciato le cinture di sicurezza. Bisognerebbe chiedersi allora di chi sia il corpo ricoperto da un drappo sull'asfalto, fotografato alcuni metri prima della VW Beetle, subito dopo il sinistro. Nel dossier fotografico vediamo due auto. Una delle due è il veicolo di Buonanno, mezzo che avrebbe tamponato la vettura tre volumi. Dalle immagini a disposizione notiamo come i danni causati alla parte anteriore del Maggiolino corrispondono, secondo i crash test dello stesso modello di automobile, ad una velocità di impatto di circa 65 Km/h contro barriera fissa ed a conseguenze che, come emerge chiaramente dai fotogrammi, non sono assolutamente compatibili con una morte sul colpo, tanto meno per chi è alla guida! Infatti la cella di sicurezza dell'abitacolo è intatta. Così pure la portiera, che ha ancora le cerniere perfettamente integre e che quindi può essere regolarmente aperta senza difficoltà (Lo si vede anche dagli scatti di Varese News).




Quindi, se la versione definitiva è quella della morte all'istante del parlamentare nella sua auto, questa ricostruzione, in tutta evidenza, non regge. I danni da impatto a 65 Km/h non sono conformi con il punto in cui la Mercedes sarebbe stata scaraventata (secondo la versione ufficiale) ad oltre cinquanta metri di distanza, anche perché la tre volumi tedesca ha un peso notevolmente superiore rispetto alla VW Beetle del parlamentare leghista e la sua forza di inerzia le avrebbe impedito di compiere un volo del genere. A questo proposito si visioni questo link, tanto per avere un'idea chiara. Osservate poi questa immagine: sulla traiettoria ipoteticamente seguita dalla Mercedes c'è un paletto, che però non è stato piegato. E' miracolosamente uscito integro, nonostante il violento impatto.

CRASH TEST VW BEETLE

Video 1
Video 2
Video 3
Video 4

Solitamente a subire ferite più gravi sono i passeggeri seduti a fianco del guidatore o sui sedili posteriori, ma in questo caso sappiamo, stando alle cronache, che la compagna del parlamentare europeo stava addirittura dormendo (alle dieci del mattino?). Eppure la donna ha riportato soltanto lievi lesioni e sembra che non possa descrivere la dinamica dei fatti.



Riepilogando: se i danni riportati dalla VolksWagen di Buonanno sono quelli di un veicolo che impatta contro barriera fissa a 65 Km/h, si deve concludere che la vettura di Gianluca Buonanno non ha tamponato un veicolo fermo, ma che piuttosto era in forte decelerazione (una frenata improvvisa), supponendo quindi una velocità iniziale dei due veicoli di circa 110 Km/h. La Volkswagen ha quindi tamponato un'altra vettura (non necessariamente la Mercedes), mentre la sua velocità diminuiva repentinamente per una brusca frenata. La versione secondo cui la Mercedes in panne, ferma sulla corsia di emergenza, è violentemente urtata dal Maggiolino, vacilla miseramente e si apre un altro scenario più consono con i dati disponibili: Buonanno, con la compagna, stava percorrendo la statale Pedemontana in provincia di Varese quando, in prossimità di un punto senza guardrail, è stato costretto ad inchiodare per la rapida decelerazione di un veicolo che lo precedeva. L'impatto è stato inevitabile, ma Buonanno non ha subito lesioni apprezzabili ed anzi è sceso con le sue gambe dalla vettura per costatare i danni, mentre l'auto che ha bruscamente frenato ha fatto perdere le sue tracce. Di lì a pochi istanti l'Onorevole è stato investito mortalmente da un terzo mezzo che si è subito dileguato. Stava piovendo e la visibilità era scarsa. I primi soccorritori hanno ripreso la scena: con Buonanno a terra, qualche metro davanti alla sua auto. Anche questo è un elemento strano. Non si notano segni di frenata, visto l'asfalto reso viscido dalla pioggia. Buonanno viene è stato coperto con un drappo, come si vede in questo fotogramma estratto dal filmato di Prealpina.it.



Poi, come sempre accade in questi casi, il teatro dell'"incidente" è stato inquinato, spostando l'orario della tragedia al pomeriggio. Infatti i reportage successivi presentano uno scenario differente: non si vede alcuna traccia del corpo mostrato sull'asfalto nei notiziari del mattino. Il resto è "cronaca". Una cronaca artefatta e tesa ad allontanare il sospetto che si sia trattato di un omicidio volontario e ad avvalorare la tesi dell'incidente fortuito, con buona pace dei giornalisti d'accatto che non si pongono mai domande, ma preferiscono seguire la direttiva dei loro padroni: insabbiare. Sempre!

Link alla discussione su Facebook.


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sabato, settembre 18, 2010

Davide Cervia ed il Progetto RFMP

Pochi giorni fa, è caduto un triste anniversario: Davide Cervia - esperto in armi elettroniche ed ex sottufficiale della Marina originario di Sanremo - venne rapito a Velletri il 12 sett. 1990 da un gruppo di loschi individui (testimonianza del vicino di casa, poi minacciato) e sparì nel nulla. Alla moglie Marisa fu in seguito "consigliato" di smettere di cercare il marito, con la promessa di una cospicua somma di denaro. Nel 2000 la Procura Generale di Roma avocò l'inchiesta con la seguente conclusione: Cervia era stato sì rapito, ma si archiviava il caso per la mancata identificazione dei responsabili. Ed i responsabili? Di mafia è impossibile, quindi il cerchio si restringe necessariamente attorno allo Stato stesso, con i suoi amati onnipresenti Servizi. Direi che spiegare i motivi è superfluo, date le circostanze che vedono i militari governare, giocando con le vite altrui senza alcun permesso, diritto o giustificazione.

Davide si occupava di quello che poi divenne il progetto di mappatura 3D del territorio (per mezzo di spargimento di sali di bario), un programma denominato R.F.M.P. e relativo sottoprogetto V.T.R.P.E. [ VIDEO ] Fu eliminato poiché probabilmente aveva compreso i pericoli a cui si andava incontro, se quel progetto fosse divenuto realtà. Il giovane fu eliminato ed il suo lavoro divenne parte integrante del "programma copertura" a.k.a. chemtrails.

Davide Cervia, esperto sanremese di guerra elettronica, probabilmente fu uno degli esperti di elettronica che elaborarono il sistema noto come RFMP, un sistema che attua una scansione tridimensionale del territorio a fini bellici, previa dispersione di sali di bario nell'atmosfera.

Davide Cervia nasce a Sanremo nel 1959, dove risiede con la famiglia fino al 1978, quando decide di arruolarsi come volontario in Marina, anche se poi rinuncia a rimanere in servizio fino al termine della ferma di sei anni. Accade, infatti, che nel 1982 conosce Marisa Gentile che sposa in quell'anno. Dopo il matrimonio, comincia a provare insoddisfazione per i lunghi periodi di lontananza dalla nuova famiglia che si è formato e decide di congedarsi con un anno di anticipo sulla scadenza naturale. Nel 1988 si trasferisce a Velletri, dove lavora per la società Enertecnel Sud, che ha sede presso Ariccia, trenta minuti di auto dalla sua abitazione.

Davide Cervia viene visto l'ultima volta alle ore 17 del 12 settembre 1990. "Ho visto un gruppo di persone che spingevano Davide con la forza verso l'interno di un'auto color verde scuro. Ho visto anche che lo hanno picchiato e subito dopo gli hanno messo un fazzoletto sulla bocca, come per narcotizzarlo. Davide urlava, faceva resistenza, tentava di difendersi. Poi, forse perché mi aveva visto o forse perché sperava che fossi nel giardino, mi ha chiamato urlando tre volte il mio nome." Così racconta a Marisa (la moglie di Davide Cervia) Mario, un anziano che vive solo da anni, custodendo una villa vicino all'abitazione dei Cervia.

Qualche mese più tardi, due persone si presentano a casa di Mario. Affermano di essere due agenti assicurativi, ma il loro tono è arrogante e perentorio, insistono per entrare in casa, dicono che devono parlargli. L'agricoltore non si fida dei due e riesce a riparare all'interno dell'abitazione. Marisa Gentile, la consorte di Davide Cervia, casualmente viene messa sulla pista giusta da un collega di Davide ancora in servizio. Quando Marisa lo mette al corrente di tutto l'accaduto, il militare non esita a collegare la specializzazione conseguita da Davide con la sua sparizione.

Un ispettore della Digos incontra Marisa. E' insistente: vuole sapere il nome di un ex collega di Davide che prestava servizio a La Spezia ma che è di Napoli. E' questa una descrizione che permette a Marisa di capire subito a chi si riferisce l'ispettore della Digos. Si tratta di una persona che ha fornito alla famiglia indicazioni sul passato in Marina di Davide, successivamente rivelatesi di estrema utilità. In quel momento -ricorda Marisa- ebbi la certezza che le mie conversazioni telefoniche erano regolarmente ascoltate, perché con quella persona ho parlato soltanto al telefono". In seguito si presenta a casa di questo ex collega di Davide un uomo, con la scusa di un censimento sulle Fiat Uno (sic): in realtà è un uomo con incarichi non precisati in Polizia. Se il suo scopo è di intimorire il marinaio, la missione può considerarsi un successo. Da quel momento Davide chiede a Marisa di non contare più su di lui.

Al convento dei Cappuccini di Velletri arriva una lettera anonima da Grottaglie, località in provincia di Taranto. Chi scrive dice di essere la moglie di un ex sottufficiale di Marina, "agganciato" da strani e misteriosi individui che gli chiedono di svolgere il lavoro che sa, se vuole evitare guai. Il fatto che la missiva non sia firmata è giustificato dalla paura di essere individuati e di esporsi quindi a rischi troppo elevati. La speranza dell'anonima scrivente è che l'inchiesta vada avanti e che "i magistrati indaghino meglio nei servizi segreti" per venire a capo della verità.

Il 12 settembre 1994 il Comitato per la verità su Davide Cervia occupa per dodici ore l'ufficio del capo-gabinetto del Ministero della Difesa, alla presenza di numerose telecamere e giornalisti di varie testate.


Lo Stato Maggiore della Marina fornisce ai familiari di Davide ben quattro fogli matricolari diversi, prima di arrivare a quello reale, in cui viene ammessa la qualifica di "specialista Ete/GE (tecnico elettronico/guerra elettronica).

L., un altro collega di Davide Cervia, riferisce: "Il nostro corso in Marina militare era inizialmente di 900 persone. Quando si frequenta il corso base, non sai neppure che esistono le guerre elettroniche. Gli Elt, i tecnici elettronici, erano 120. Dopo i primi tre mesi di corso siamo diventati 90. Dopo un anno, siamo diminuiti a 50 persone. Alla fine del secondo anno, abbiamo portato a termine il corso in 22, di cui solo 6 sistemisti. Noi eravamo orgogliosi di un radar ideato dalle industrie belliche italiane, un radar tridimensionale. Quello che non capivamo proprio, che anzi ci faceva andare in collera, era averlo venduto a 109 paesi. Noi sistemisti siamo stati invitati a compiere "gite turistiche" con le navi, che avevano lo scopo di magnificare e vendere i nostri armamenti ai paesi stranieri. Non immaginavamo per niente il giro di soldi che era dietro al traffico d'armi.

La palazzina dove studiavamo aveva le porte blindate. Eravamo tenuti sotto controllo dai servizi. Scoprivi così che il tuo amabile interlocutore del treno era un uomo della "sicurezza" che ti controllava. All'inizio del corso si presta un giuramento di particolare riservatezza, di livello NATO. Questo giuramento ti permette di accedere a tutti gli uffici che hanno una classe di segretezza affine alla tua.

Per un paese straniero è' quasi impossibile formare dei propri tecnici, perché ci sono delle nozioni-chiave di base per cui neanche un ingegnere elettronico riesce a leggere i manuali delle singole apparecchiature che leggiamo noi. Ma non è un problema d'intelligenza. Ci sono delle chiavi precise per capirle. Io ho conosciuto Davide Cervia alla scuola sottufficiali di Taranto nel 1979. Lui era entrato sei mesi prima di me. Era capo-corso, il primo degli allievi."

"Le indagini ufficiali sono ferme a quel 12 settembre 1990 ed il silenzio, come una pietra tombale che grava su tutti i segreti italiani, rischia di far dimenticare una vicenda drammatica che coinvolge i nostri servizi segreti, sempre loro, lo Stato maggiore della Marina militare ed i trafficanti di tecnologia militare.

Il magistrato che conduce le indagini convoca per la prima volta la moglie di Davide Cervia, Marisa Gentile, dopo sei mesi esatti dalla scomparsa del tecnico. Il sostituto procuratore, Romano Miola, che segue il caso, l'attende nel suo ufficio, ma non è solo. Con lui si trova il procuratore capo, Vito Giampietro, anzi è proprio lui ad interrogarla. Fin dall'inizio il contatto con la Procura non è sereno. Il procuratore chiede a Marisa Gentile di rispondere alle domande con un "sì'" o con un "no" e, ad ogni tentativo della donna di spiegare meglio varie circostanze, viene bruscamente invitata ad attenersi alle richieste o, nella migliore delle ipotesi, interrotta. Il dottor Giampietro contesta ogni episodio riportato dalla moglie del tecnico rapito.

La giornalista Laura Rosati chiede di essere ricevuta dal sostituto Miola il quale, non conoscendo il motivo della visita, è molto cordiale. Il cambiamento del suo atteggiamento è, però, tanto repentino, quanto radicale, non appena viene pronunciato il nome di Davide Cervia. Alzandosi di scatto, terreo in volto, ripete ossessivamente, mentre addirittura volta le spalle all'interlocutrice: "Non posso dire niente, vada via!".

Le intimidazioni colpiscono un po' tutti coloro che tentano di scoprire che cosa si celi dietro il rapimento di Cervia.

Nonostante l'importanza delle affermazioni di L., un ex militare che aveva studiato guerre elettroniche a Taranto con Davide Cervia, gli inquirenti non danno peso alle rivelazioni sulle guerre elettroniche e sulle "gite" che i militari della Marina italiana compiono per pubblicizzare nel mondo il sistema d'arma in cui è specializzato Davide Cervia.

L., dopo essersi congedato dalla Marina per un incidente, viene avvicinato da sconosciuto che gli propone di tornare al suo vecchio lavoro in cambio di soldi. Non accetta. Viene minacciato. L'impianto elettrico della sua auto prende fuoco (come era accaduto a Davide Cervia). Riceve una telefonata: "Hai visto? Può essere l'auto, può essere qualsiasi cosa." L. racconta agli inquirenti di conoscere la situazione di altri tecnici specializzati in guerra elettronica minacciati da sconosciuti, ma il titolare dell'inchiesta non gli chiede nemmeno di chi si tratta. Riceve altri avvertimenti nell'ottobre 1990, poco dopo il rapimento di Cervia. L. vive ancora oggi nascosto. Nessuno lo protegge.

Gli inquirenti prestano, invece, ascolto ad un certo Giuseppe Carbone, di Taranto. Spunta fuori il 22 gennaio 1991. Carbone è la persona giusta al momento giusto. Con la sua versione, tutto quadrò per chi propende per la tesi dell'allontanamento volontario. Nessun intrigo internazionale, nessun rapimento. Ci sono, però, molti dati di fatto che hanno permesso di appurare come Giuseppe Carbone non abbia mai conosciuto Davide Cervia. Eppure occorrono affinché gli inquirenti si accorgano dell'impresentabilità di Carbone. Nessun procedimento per falsa testimonianza pende sul suo capo. Rimane il mistero su chi gli abbia fornito tutte le informazioni su Davide, ma soprattutto ci si chiede come possa conoscere così bene gli ufficiali che lavorano al ministero della Difesa a settecento chilometri da casa sua. Carbone ha una fedina penale consistente: appropriazione indebita, emissione di assegni a vuoto (un reato commesso due volte), reati amnistiati ma che non dovrebbero sfuggire al vaglio di chi indaga su Cervia.

Quando alla moglie di Cervia arrivano le minacce di morte che investono tutta la sua famiglia, decide, per alcuni giorni, la donna di non mandare i figli a scuola. Due carabinieri vanno più volte a scuola per verificare la possibilità di denunciare Marisa Cervia per il mancato adempimento degli obblighi scolastici nei confronti dei figli. La procedura è anomala perché spetta ai capi d'istituto segnalare eventuali inadempienze circa gli obblighi scolastici per opera dei genitori.

Alla trasmissione televisiva "I fatti vostri", Marisa Cervia racconta di aver ricevuto l'offerta di cinquecentomila euro affinché non cerchi più Davide.

Fonti:

Gianluca Cicinelli, Il caso Cervia: un giallo di Stato
http://www.censurati.it/
http://www.peacelink.it/


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